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Osservatorio Podcast http://osservatoriopodcast.it Sat, 23 May 2020 11:00:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.3 http://osservatoriopodcast.it/wp-content/uploads/2018/04/logo_squared300-150x150.png Osservatorio Podcast http://osservatoriopodcast.it 32 32 Joe Rogan e Spotify: l’era delle esclusive ha inizio http://osservatoriopodcast.it/2020/05/23/joe-rogan-e-spotify-lera-delle-esclusive-ha-inizio/ http://osservatoriopodcast.it/2020/05/23/joe-rogan-e-spotify-lera-delle-esclusive-ha-inizio/#respond Sat, 23 May 2020 10:59:43 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=519 Joe Rogan e Spotify si accordano. Spotify pagherà il numero del podcasting mondiale l’equivalente di 26 miliardi di download sulla piattaforma (quindi circa 100 milioni di dollari). Nessun artista ha mai guadagnato così tanti soldi. In cambio, oltre all’esclusiva di piattaforma audio, il podcast, nella sua versione video, sarà rimosso da Youtube.

Si tratta di una notizia di una rilevanza strategica anche considerando la notizia di un interessamento, da parte di Spotify, di una estensione del business del podcast, sul fronte video, appunto, andando così in diretta concorrenza con Youtube e Twitch, in questo momento le piattaforme preferite dai podcasters per la distribuzione video dei loro podcast.

Michael S. Schwartz – CNBC.COM

Questo investimento è chiaramente un altro degli accordi che rende indiscutibilmente Spotify la regina incontrastata del mondo del podcasting globale. Oggi più che ieri, il podcasting ha conosciuto un ulteriore boost sia nella produzione che nel consumo, dall’emergenza COVID-19. Nuovi show, nuovi formati, nuove abitudini hanno sicuramente danno un’ulteriore spinta alla crescita di questo medium.

Ancora non è chiaro in che modo Spotify inizierà a rientrare di questi immensi investimenti, c’è da dire. Sicuramente, le subscriptions aumenteranno, anche se Joe Rogan ha chiaramente detto che il suo podcast rimarrà gratuito. E quindi con l’advertising. Ma allora sarà necessario individuare un modello di revenue share con i produttori che non saranno molto contenti di trovare audio ads prima dei loro podcast.

Stiamo a vedere: niente è ancora scritto ma tutto è molto veloce, quindi le risposte a queste domande le avremo nei prossimi mesi. E se Spotify continuerà a fare quello che sta facendo, davvero non dovremo attendere così tanto.

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Il 2020 sarà un anno fortunato http://osservatoriopodcast.it/2019/12/23/il-2020-sara-fortunato/ http://osservatoriopodcast.it/2019/12/23/il-2020-sara-fortunato/#respond Mon, 23 Dec 2019 18:39:52 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=508 Abbiamo incontrato Francesco Tassi, CEO e founder di ForTune.fm

Francesco è una delle persone che più mi hanno impressionato. Consapevole, realista, entusiasta, competente: parlare con lui è sempre un piacere e soprattutto stimolante (poi ho scoperto anche un suo TEDxTalk pazzesco). Anche dalla chiacchierata che ci siamo fatti sono uscite alcune perle che non arrivano da qualche libro che Francesco ha letto. Arrivano dalla sua esperienza diretta. Perché Francesco è uno che le cose le fa. E per questo ci piace. Uno che si lascia ispirare. Anche da un podcast come Startup di Alex Bloomberg, ascoltato nei lunghi viaggi da Nashville all’università negli anni di studio negli States. Un ascolto che gli ha un po’ cambiato la vita, facendogli concepire ForTune.fm, appunto.

Innanzitutto ci piace la sua idea di business.
“ForTune.fm è una società che si occupa di produzione e distribuzione di podcast. Se potessi compararla a un organo, ForTune.fm sarebbe il cervello: l’emisfero destro sarebbe quello editoriale e l’emisfero sinistro la tecnologia. Crediamo che un’azienda che si occupa di media debba tenere i piedi in entrambi gli ambiti.”

Se potessi comparare ForTune.fm a un organo, ForTune.fm sarebbe il cervello: l’emisfero destro sarebbe quello editoriale e l’emisfero sinistro la tecnologia.

Già qui sta la differenza con molte delle realtà competitor. Francesco e il suo team non hanno paura di sporcarsi le mani e sperimentare. Conoscono molto bene le potenzialità dei dati e delle piattaforme digitali e per questo non si limitano a produrre contenuti editoriali o branded. Prova ne è il progetto gopod.me (una sorta di landing page che semplifica il journey dell’utente finale all’ascolto di un podcast e dall’altra parte permette di clusterizzare gli ascoltatori di podcast in modo significativo – quest’ultima direi la grande innovazione.

Di ForTune apprezziamo anche la laicità: il podcast è uno strumento non il fine. Il business è lo scopo. Per cui, ForTune è un’azienda che sviluppa podcast che hanno uno scopo. Di business. Siano essi pubblici siano essi diretti a trovare soluzioni nuove a vecchi problemi come ad esempio la formazione aziendale interna.

Nati come app di discovery (esperienza interessante per quanto ridimensionata con la discesa in campo di Spotify), oggi ForTune si è fatta notare per aver sviluppato uno dei branded podcast di cui si parla: “Prime Svolte” prodotto per MINI-BMW per il lancio del primo veicolo elettrico.

Ma quali sono le opportunità del mercato podcast in Italia?

“Tutte le professionalità creative della filiera dovranno essere sviluppate. Una figura che introdurremo nel 2020 sarà quello del regista. Poi, sound designer ma anche illustratori per le cover che sono fondamentali per la scelta del podcast.”

Sì ma come si monetizza?

“Ci sono diversi modi. I creator già utilizzano sistemi di supporto come ad esempio Patreon. Ci sono poi molti produttori che cercano di monetizzare attraverso il programatic o la native advertising. Vedo però il rischio che alcuni publisher possano incorrere in un classico errore: produco podcast e aspetto le revenues. Secondo me, il podcast non è un’unica fonte di ricavo ma lavora insieme ad altre fonti. Poi c’è il branded content e poi c’è la vendita delle IP. “

Previsioni per il 2020.

“Sarà l’anno della svolta. Ci sono grandi opportunità per tutta la filiera produttiva e per i brand. E’ un’occasione che non possiamo farci scappare. L’entrata dei big porterà risorse e forse assisteremo a qualcosa di cui non riusciamo ancora ad immaginare gli esiti. Vediamo un grande interesse di certo anche lato brand. Ci sarà un ampliamento dell’offerta e sempre più nicchie saranno coperte e l’interesse dei brand farà diventare il podcasting sempre più mainstream.”

Perché un brand dovrebbe scegliere il podcast?

“Perché credo abbia la possibilità di costruirsi una tridimensionalità di comunicazione facendola attraverso la fiducia. Oggi siamo abituati ad associare fiducia alla voce. Il Trust Media Index, tasso di fiducia, associa ai social media il punteggio di -42 e alla radio di+16, il media più virtuoso da sempre. Associamo alla voce un concetto di fiducia. Un altro elemento è il posizionamento. Oggi è interessante posizionarsi su piattaforme con decine di milioni di utenti ma è altresì importante capire che il podcast crea un rapporto molto stretto tra chi ascolta e chi parla e un livello di engagement molto elevato. Il 61% dei prodotti e servizi pubblicizzati da un podcast viene poi acquistato.

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E se arrivano anche le discografiche… http://osservatoriopodcast.it/2019/12/05/e-se-arrivano-anche-le-discografiche/ http://osservatoriopodcast.it/2019/12/05/e-se-arrivano-anche-le-discografiche/#respond Thu, 05 Dec 2019 10:00:10 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=471 Sony Music costituisce un gruppo di lavoro a New York per produrre podcast (e farci business). 

Un memo interno dagli executives Dennis Kooker e Tom Mackay sostiene che i 4 key executives stanno lavorando su quello che vi descritto come una “key area di creatività e sviluppo business”.

Chi sono i 4? Sono SVP del business development e delle operations, Emily Rasekh – precedentemente alla Entercom e alla CBS Radio; VP delle vendite, Brittany Hall, prima a Pandora; VP delle operations, Ryan Zack, prima in Megaphone e Acast; e il VP del marketing, Christy Mirabel, prima in Stitcher e Panoply Media. “Questo team ci permette di creare una offerta importante per la community degli ascoltatori di podcast, aiutandoci a raggiungere audience sempre più ampie su più piattaforme ed estendere le nostre opportunità di business in tutto il mondo,” scrivono Kooker and Mackay.

Questo team ci permette di creare un’offerta unica di contenuti per la community degli ascoltatori di podcast, aiutandoci a raggiungere audience sempre più ampie su più piattaforme ed estendere le nostre opportunità di business in tutto il mondo.

E’ una prima anticipazione della struttura che la label sta mettendo in piedi dopo aver lanciato due joint-ventures con produttori esterni (una negli USA e una in UK) per produrre un podcast giornalistico-investigativo su Jeffrey Epstein e un podcast satirico con cadenza quotidiana prodotto con The Onion.

E se arrivano le discografiche… la musica nei podcast sarà stupenda.

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5 considerazioni dall’ultima ricerca Nielsen http://osservatoriopodcast.it/2019/12/04/5-considerazioni-dallultima-ricerca-nielsen/ http://osservatoriopodcast.it/2019/12/04/5-considerazioni-dallultima-ricerca-nielsen/#respond Wed, 04 Dec 2019 16:09:39 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=489 Ogni anno, in concomitanza con l’evento United States of Podcast organizzato da Audible, Nielsen pubblica l’indagine di Consumer Insights sul mondo podcast. Il panorama è sufficientemente positivo che lascia ben sperare per i prossimi anni. Ho provato a estrapolare 5 considerazioni da fare per meglio interpretare i dati e capire la direzione.

12,1 milioni di persone

La ricerca ha mostrato come l’ascolto di podcast sia una tendenza di consumo in continuo aumento. Da 10 milioni di ascoltatori nel 2018, il 2019 ha registrato una cifra di 12,1 milioni per un incremento del +16%, in particolare fra i giovani (il 68% va dai 25 ai 34 anni di età) già appassionati consumatori di contenuti in streaming, che si adattano però a nuove forme di ascolto e intrattenimento, andando a creare dei nuovi profili di consumatore medio.

Gli heavy users sono mediamente i più giovani

Gli heavy users (almeno un podcast al giorno) rappresentano il 4% (erano l’1% l’anno scorso) degli ascoltatori e sono mediamente più giovani (18-34). Un altro dato molto interessante è l’aumento degli ascoltatori abituali, che scelgono i podcast una o più volte la settimana, passati in un anno dal 10 al 23% del totale, con sessioni di ascolto medie molto più lunghe. Il luogo migliore per ascoltare i podcast risulta essere la propria casa, seguita a ruota dalla macchina e altri mezzi di trasporto. In genere comunque quello dei podcast è un tipo di consumo che gli utenti preferiscono fare da soli, difficilmente in compagnia.

I servizi a pagamento

Un altro punto che definirei essenziale nella interpretazione dei modelli di business futuri, riguarda i contenuti a pagamento. Quello che è chiaro è che a qualità dell’offerta invariata e disponibile gratuitamente corrisponde l’assoluta inefficienza di un modello di business premium. Se posso trovare i contenuti migliori gratuitamente non ho nessun bisogno di pagare. Tutto questo cambia se assisteremo, come succederà, allo sviluppo di modelli di offerta premium o misti e d’altra parte alla sofisticazione da parte della domanda da parte di un pubblico più esigente. Sul primo punto già Audible e Storytel offrono i loro contenuti in modo esclusivo a pagamento (subscription a 9,99 €/mese con in più un’offerta ampia di audiobooks). Spotify adotterà un modello simile laddove il completamento dell’offerta è costituito dal contenuto musicale. Il punto interessante mostrato dalla ricerca riguarda però la domanda: gli heavy users e il pubblico più giovane sono già disponibili a pagare per avere contenuto premium. E’ chiaro che stiamo parlando di un segmento residuale del pubblico ma, come è successo, per il video e le piattaforme OTT, si tratta di costruire un’abitudine.

I contenuti originali piacciono ai più giovani

Se è vero come è vero che ancora la ricerca non riesce a depurarsi dai vizi interpretativi delle categorie di contenuto (abbastanza raccapricciante che ancora la categoria di podcast più ascoltata sia definita come “Programmi musicali”, quando evidentemente si tratta dei programmi radiofonici on demand), è apprezzabile notare come sempre di più il pubblico (44%) e tra questi i più giovani (65%) apprezzino le produzioni originali e native, contenuti cioè nati appositamente come podcast. Anche questo elemento ci porta alla considerazione che il pubblico stia maturando così come l’offerta di contenuti e che tutto questo contribuirà fortemente alla crescita ulteriore del mercato.

Un patto per far crescere il mercato

L’ultima considerazione me la porto dietro da precedenti esperienze in industries per le quali ho lavorato precedente e in cui si trattava di costruire un mercato da zero o far crescere categorie di prodotto molto piccole. Oggi il mercato si sta concentrando e questo credo sia un bene: pochi operatori che portano risorse e migliorano l’offerta di contenuti non può che fare bene al mercato che per crescere ancora avrà bisogno, e questo emerge anche dalla ricerca, di uno sforzo maggiore in comunicazione ed educazione. E’ qualcosa che anche Carlo Annese ha sottolineato durante l’evento quando ha evidenziato la necessità di creare una nuova figura professionale che si occupi di comunicare il mondo podcast in modo più efficace.
Molte persone non si avvicinano al mezzo perché non lo capiscono, perché non sanno di cosa si tratta, non sanno come accedere ai contenuti: è un dato di fatto. Nel prossimo futuro sarà sempre più importante che gli operatori del settore cooperino per far crescere la conoscenza del medium, le sue potenzialità, i suoi contenuti, i suoi autori.

I micro festival autorefenziali, popolati da podcasters nerd che si parlano addosso non hanno futuro e rischiano solo di frammentare un mercato già molto polverizzato. Si tratta di costruire presenza, informazione e comunicazione su un mondo che ha dimostrato che, se opportunamente sostenuto, può davvero volare alto e costruire un’alternativa complementare di entertainment per un pubblico che mi auguro possa crescere sempre di più.

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Podcast 2020. http://osservatoriopodcast.it/2019/12/01/podcast-2020/ http://osservatoriopodcast.it/2019/12/01/podcast-2020/#respond Sun, 01 Dec 2019 17:49:08 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=475 Dopo tanto parlare, la rivoluzione è davvero iniziata anche qui da noi? Le opportunità e i rischi per i piccoli produttori, le sfide dei grandi.

Un po’ di storia

Faccio podcast dal 2005 (nda: sì, non 2015, ma 2005), da quando venni folgorato dallo standard RSS e la possibilità di includere contenuto audio/video e distribuirlo in maniera pratica, veloce, seamless su potenzialmente qualsiasi macchina, device, reader.

Erano i tempi di MTV: ero fortunato perché si producevano molti contenuti anche già digitalizzati. Il primo esperimento fu una intervista a Federico Zampaglione dei Tiromancino della quale avevamo il video e dalla quale presi il solo audio per vedere come “suonava”. Not bad. Ma il contenuto più fico lo facemmo con MTV Storytellers Jovanotti: più di due ore di storie raccontate da Lorenzo sul suo modo di scrivere le canzoni con in più qualche piccolo brano cantato in acustico (di cui avemmo la necessità certo di negoziare i diritti con la label) che davano un tocco di colore unico e originale al podcast. Da lì via via con mille altri podcast, da show musicali, eventi live, talk show ma tutti pensati come derivazione del principale contenuto. Un po’ come gli show radiofonici.

Sono dovuti passare anni da allora per iniziare a sentire parlare di contenuti originali, serie, fiction, podcast nativi e soprattutto abbiamo dovuto ascoltare grandi storie che sono diventati grandi successi mediatici, per tornare a respirare quell’aria di sperimentazione e passione per questo medium che nuovo non è ma che sta vivendo la sua seconda golden age.

E oggi il panorama della produzione e distribuzione di podcast è rivoluzionato, se lo guardiamo comparato al 2005.

I big in campo

Nuove piattaforme sono entrate nella filiera e stanno velocemente conquistando nuove fette di mercato, un tempo praticamente appannaggio di Apple. Amazon con Audible, Google con Google Podcasts, Spotify, si sono affacciati sul mondo del podcasting in modo deciso. Spotify, addirittura, facendone una leva core del proprio business per i prossimi anni (il business della musica non è così redditizio considerando il 75cent per euro che devono restituire ai legittimi rightholders).

Negli ultimi anni abbiamo però assistito a una moltiplicazione dell’offerta di contenuti originali di grande qualità per merito di content providers che hanno saputo cogliere l’essenza e i bisogni del pubblico: parlo di Gimlet, ad esempio che ha prodotto show quali Homecoming che sono diventati delle serie tv e che hanno procurato loro l’interesse di Spotify che li ha acquisiti. Ma anche Radiotopia (personalmente adoro Roman Mars e 99% Invisible), Panoply Media, WBEZ, Endeavor e altre. Qui una lista non esaustiva ma abbastanza completa

Il mercato italiano

E l’Italia? Beh, anche l’Italia si è data da fare in questi ultimi due anni. Abbiamo visto la produzione di un podcast di successo come Veleno, prodotto da GEDI, ma soprattutto abbiamo assistito alla nascita di publisher che stanno producendo tanti podcast e anche di grande qualità. Ad esempio, storielibere.fm, il progetto di Rossana de Michele e Gianandrea Cerone, produttori di una hit come Morgana, il podcast tutto al femminile firmato da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, Il gorilla ce l’ha piccolo di Vincenzo Venuto, F***ing Genius di Massimo Temporelli, Romantic Italia di Giulia Cavaliere e molti altri.
Piano P di Carlo Annese, dopo essersi distinta per la produzione di ottimi podcast giornalistici quali Risciò, Da Costa a Costa, è diventato il punto di riferimento per la produzione di podcast per la piattaforma Storytel.

Non vorremmo perdercene nessuno ma ci teniamo a sottolineare i prodotti di Querty (Senza Rossetto), Gli Ascoltabili (Demoni Urbani), Il Fenomeno e i suoi podcast di sport, ForTune.fm di Francesco Tassi che ha realizzato un branded podcast per MINI (Prime Svolte).

Senza contare i numerosi indipendenti (es. 731 LAB con podcast per bambini come Rockteller e di sport come Il Trequartista con Giorgio Terruzzi e Carlo Pastore) e i publishers tradizionali che hanno iniziato a produrre i propri podcast estendendo la propria offerta di contenuti multicanale (es. Vanity Fair, Disney).

Insomma, come si può capire tanto si sta muovendo e tanto si muoverà nel prossimo futuro quando altri grandi si affiancheranno ai grandi esistenti (Audible, Storytel) per iniziare a diventare veri e propri content network: e via a nuove risorse sul mercato, nuove piattaforme e tanta comunicazione che farà bene a tutto il movimento incrementando il livello di attenzione da parte del pubblico e conseguentemente da parte dei brand. Pensiamo, ad esempio, a Spotify che, oltre alle acquisizioni fatte nel corso dell’anno per un valore superiore ai 500 milioni di dollari (Parcast, Gimlet e Anchor), ha iniziato a mettere sotto contratto personalità quali Barack Obama per produrre il proprio podcast da distribuire in esclusiva sulla piattaforma.

Arrivano gli Originals e gli Exclusive

E sarà proprio questa corsa alla produzione di contenuti originali ed esclusivi che provocherà il primo scossone nel settore. Tanti piccoli audioblogger, che oggi definiamo podcasters, non avranno la forza probabilmente di superare il clutter e raggiungere livelli di attenzione tali per restare sul mercato. Prevediamo un mercato, ora super polverizzato, che andrà progressivamente a concentrarsi nelle mani di 4-5 grandi network (un po’ come sta succedendo nel mercato delle piattaforme video OTT). Detto queste, le opportunità per chi saprà sviluppare contenuti interessanti, originali e di qualità rimarranno intonse, anzi si moltiplicheranno. I big si stanno strutturando anche nei mercati più piccoli ed è facile prevedere che le risorse iniettate sul mercato alzeranno l’asticella della qualità, con grande beneficio per le orecchie di tutti noi.

Ma un punto sarà comunque fondamentale nello stabilire la qualità del contenuto: la community che il podcast e il podcaster quindi avranno saputo generare. L’influencer marketing mostra i primi segni di cedimento mentre le community restano forti: il podcast è un ottimo strumento per costruire e sostenere community proprio per l’intrinseca intimità che crea tra chi racconta e chi ascolta.

The most distinctive thing about podcasts is the more intimate relationship between creator and listener that they enable. A radio broadcast reaches large numbers of listeners simultaneously, many of them not giving the programme their undivided attention. Most podcasts, on the other hand, are heard via headphones so the producer has a different relationship with the listener. You have to choose what you’re going to hear rather than just accepting what the station transmits. And while you may be doing something else at the same time – walking, jogging, exercising, washing-up, cooking, whatever – the audio signal is no longer just background noise: it’s coming straight into your ears. This means that podcasting has a higher cognitive bandwidth than broadcasting, and so can often convey more intellectually challenging ideas and content.

Un altro spunto interessante che ci arriva dagli States con l’esempio di Homecoming, è anche l’opportunità di testare serie tv in podcast a costi infinitamente minori e provarne lo sviluppo per le OTT in un secondo momento. Alcuni content network quali Gimlet hanno ad esempio sviluppato una divisione interna chiamata Gimlet Pictures che si occupa esclusivamente degli adattamenti per la TV.

Insomma, il 2005 sembra un secolo fa e questo è il miglior momento possibile per sviluppare podcast e provare a creare un’offerta di contenuti che rispondano sempre più alle esigenze di audio entertainment delle persone che hanno ancora un po’ di tempo libero dagli schermi nel corso della giornata (circa 2 ore e mezza dice uno studio). Senza poi contare il boost che la tecnologia darà in termini di pervasività delle possibilità di ascolto: prendete per esempio gli smart speakers. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

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Hollywood ama i podcast http://osservatoriopodcast.it/2019/04/11/hollywood-ama-i-podcast/ http://osservatoriopodcast.it/2019/04/11/hollywood-ama-i-podcast/#respond Thu, 11 Apr 2019 11:26:24 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=390
Non è ormai una novità vedere star di Hollywood affermate che rivolgono il loro sguardo (sarebbe più corretto dire, “il loro ascolto”) al mondo dei podcast.
La copertina di How it is, una serie podcast prodotta da Hello Sunshine, la production company di Reese Witherspoon.

Segno evidente dell’interesse che Hollywood ha definitivamente messo su questo potente “nuovo” medium. Dopo Reese Witherspoon che lo scorso anno chiuse una partnership con il content studio Rooster Teeth, al fine di produrre serie audio fatte da donne per donne, abbiamo visto come l’amore di Julia Roberts per i podcast, e in particolare per uno, Homecoming, prodotto da Gimlet Media, abbia poi portato l’attrice alla decisione, prima di produrre la serie tv e quindi poi di distribuirla su Amazon Video (tra l’altro, annuncio proprio del SXSW a Austin, ci sarà una seconda serie tv mentre il podcast, ahinoi, finisce qui).

Julia Roberts è la protagonista della serie TV Homecoming adattata dal podcast omonimo prodotto da Gimlet Media.

Abbiamo ascoltato molto di questa relazione che si sta rafforzando sempre più tra case di produzione, media network, podcast studio, Hollywood. Il podcast è uno strumento che piace e soprattutto è funzionale allo sviluppo di contenuti visivi adattati. E costa molto meno. Questo i grandi media network lo sanno tanto che sempre più si alleano con podcast studio per adattare contenuti audio alla TV o al grande schermo.   

E’ stato il caso di WME e l’accordo con Panoply per gli adattamenti delle sue audio storie e il più recente accordo tra Amazon e Gimlet Media (che a tal proposito ha creato una propria divisione interna chiamata Gimlet Pictures, per l’appunto).   

Insomma, Hollywood ama i podcast così come i podcast studio amano Hollywood anche perché può rappresentare decisamente un ottimo investimento.

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Spotify sta cambiando il business dei podcast per sempre? http://osservatoriopodcast.it/2019/04/08/spotify-sta-cambiando-il-business-dei-podcast-per-sempre/ http://osservatoriopodcast.it/2019/04/08/spotify-sta-cambiando-il-business-dei-podcast-per-sempre/#respond Mon, 08 Apr 2019 08:36:34 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=448 Altra acquisizione da parte del gigante svedese. Dopp Gimlet Media, il network che ha creato Homecoming, la nuova serie di Amazon prodotta e interpretata da Julia Roberts e Anchor, arriva il momento di Parcast. Altre acquisizioni in arrivo?

Music subscription service Spotify, which has just invested heavily in two major podcasting companies.
 Spotify, ha investito in tre acquisizioni molto importanti nell’ambito del podcasting. Photograph: Hayoung Jeon/EPA

La più grande e rilevante acquisizione nella storia del podcasting ad oggi, per un valore di (si dice) 230 milioni di dollari. Questa è una di quelle mosse che cambiano il gioco in tavola. Spotify che acquisisce un produttore di contenuti, forse il più bravo, e allo stesso tempo una piattaforma tecnologica, Anchor, promettendo di mettere sul tavolo 500 milioni di dollari. Pochi giorni fa altro annuncio. Spotify acquisisce un altro content network, Parcast per poco più di 100 milioni di dollari. E tutto ciò porta a una sola lampante considerazione: l’industry è matura e inizia a diventare qualcosa di rilevante da un punto di vista di business.

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Come far crescere il tuo podcast http://osservatoriopodcast.it/2019/04/04/come-far-crescere-il-tuo-podcast/ http://osservatoriopodcast.it/2019/04/04/come-far-crescere-il-tuo-podcast/#respond Thu, 04 Apr 2019 07:44:24 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=453 Consigli utili per i podcasters

Una delle domande che ci pongono più frequentemente è:
Ok, adesso che ho il mio podcast, cosa devo fare per farlo crescere?

Abbiamo raccolto alcuni consigli pratici da un gruppo di podcasters iscritti alla piattaforma Anchor.

Pubblica velocemente, pubblica spesso

Date al vostro pubblico quello che chiede – più episodi. Non c’è nulla di più frustrante che trovare una serie che ti piace e terminare gli episodi da ascoltare troppo presto.

Pubblicare un ampio numero di contenuti è fondamentale per far crescere il tuo podcast. I nostri dati dimostrano che i podcast che pubblicano almeno una volta alla settimana hanno più probabilità di costruire un pubblico di ascoltatori fedeli.

Un altro punto che emerge è che i giorni più comuni in cui pubblicare sono i martedì e i venerdì. Date al vostro pubblico una storia per iniziare la settimana o una fantastica intervista in cui immergersi nel weekend.

Condividete il vostro lavoro

Entrate sui oscial e condividete i vostri episodi su FacebookInstagram, e Twitter. Probabilmente sapete già che Twitter è un gran posto per scoprire e condividere podcast, ma molti podcaster ci hanno detto di aver costruito il proprio pubblico su Instagram.

Puoi condividere anche gli snippet del tuo podcast trascrivendo il tuo podcast o usando tool come Headliner per creare video dalle clip audio – perfetto per condividere il tuo podcast su Instagram.

Be our guest

Fatevi ospitare nei podcast di amici. Abbiamo visto podcast crescere grazie alla cross-promozione di autori ed episodi.

Fate lavorare il vostro pubblico 😉

Non siate timidi e chiedete ai vostri ascoltatori di lasciarvi 5 stelle su Apple Podcasts. Avere recensioni positive sulle piattaforme di distribuzione vi aiuta ad essere scoperti da nuovi ascoltatori, così come è più probabile che andiate in un ristorante ben recensito online. Chiedere ai vostri follower di essere il più possibile specifici riguardo a cosa amano di più dello show. Più recensioni positive avrete, meglio è.

Questo articolo è stato pubblicato nel blog di Anchor, piattaforma per produttori di podcast. Qui il link all’articolo originale.

https://medium.com/anchor/how-to-grow-your-podcast-part-1-8e2e320a8643

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Facebook lancia il suo primo podcast negli Stati Uniti http://osservatoriopodcast.it/2019/01/16/facebook-lancia-podcast-per-imprenditori/ http://osservatoriopodcast.it/2019/01/16/facebook-lancia-podcast-per-imprenditori/#respond Wed, 16 Jan 2019 16:47:10 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=433 Tutti sembrano avere un podcast. Anche Facebook, ora. Il social network ha lanciato questa settimana la sua seconda serie originale podcast, la prima negli States. Un prodotto delle business ops di Facebook, il nuovo show “Three and Half Degrees” si occupa di imprenditorialità – specificamente delle lessons learned, delle sfide affrontate e di altri insights direttamente dalle aziende di successo.

Il titolo si riferisce alla facilità con cui la tecnologia permette di stabilire connessioni – oggi, le persone non sono più a sei gradi di separazione ma a tre e mezzo, dice Facebook.

“Considero parte della nostra missione l’aiutare i business con cui lavoriamo ad imparare uno dall’altro,” dice il conduttore David Fischer, VP Business e Marketing Partnerships. “Un modo di farlo è con il nuovo podcast ‘Three And A Half Degrees: The Power of Connection.’ Attraverso la serie, speriamo di celebrare il viaggio di imprenditori e leader sulla nostra piattaforma, e far condividere le loro lezioni di vita e quello che hanno imparato da altri”.

Facebook oggi ha più di 90 milioni di business che usano la piattaforma, quindi ha senso che voglia ulteriormente stabilirsi come il luogo in cui i business possono condividere la loro conoscenza con i nuovi arrivati, che possono essi stessi crescere e diventare parte attiva del network, il che permetterebbe a Facebook di far girare la ruota e le revenues.

tratto da Techcrunch, Facebook launches its first US podcast with a series focused on entrepreneurship

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Per favore, sistemate i podcast prima che sia troppo tardi. http://osservatoriopodcast.it/2019/01/07/per-favore-sistemate-i-podcast-prima-che-sia-troppo-tardi/ http://osservatoriopodcast.it/2019/01/07/per-favore-sistemate-i-podcast-prima-che-sia-troppo-tardi/#respond Mon, 07 Jan 2019 12:47:04 +0000 http://osservatoriopodcast.it/?p=396 Come un medium promettente rischia di essere depotenziato da un contenuti ripetitivi e autoindulgenza.

Fonzie “jumped the shark” – 1977

Uno degli obiettivi di Osservatorio Podcast è quello di raccogliere le voci provenienti da altri Paesi dove il podcasting ha una struttura complessiva più evoluta sia in termini di comunicazione che di business. Ovviamente, gli States hanno un ruolo molto importante per darci una prospettiva di quello che sta succedendo intorno a questo medium. In questo articolo riprendiamo una critica che riteniamo molto sensata e significativa che abbiamo trovato su Folio a firma di Steve Smith, un editor che scrive di digital media e tecnologia da più di 20 anni. Qui il link all’articolo orginale: Please Fix Podcasting Before It Jumps the Shark

 

Sapete che un trend della cultura pop è tale solo dopo che il “Saturday Night Live” ne faccia una parodia. Questo è successo tempo fa, quando lo show fece una parodia di “Serial.” Fu una chiara indicazione che, dopo anni di interesse di nicchia, il podcasting era finalmente arrivato. Ma era anche un segno che il genere aveva sviluppato dei tic riconoscibili tanto da prenderli in giro.

Dopo qualche anno e dopo tonnellate di investimenti da parte dei media mainstream, l’infrastruttura del podcasting non solo risulta essere ancora stranamente amatoriale e frustrante, ma il contenuto inizia ad essere industriale e privo di immaginazione.

Lo dico come supporter del medium da quando lo scoprì  nel 2005, quando Apple aggiunse i feed audio ad iTunes mostrando al mondo il nuovo nato. Ho raccontato la sua ascesa, celebrato la sua avvincente, unica, diretta capacità di entrare nella testa della audience, spinto inserzionisti ad abbracciare il suo impatto e evidenziato i suoi momenti di energia creativa.

Ma sono preoccupato.

Il naturale seguito di persone che richiedono audio on-demand è continuamente e sempre più frustrato dalla sua meccanica scricchiolante, la confusione di contenuti, l’esperienza pubblicitaria mista e talvolta lo stile egemonico.

Ecco, dunque, alcuni pensieri sparsi sul podcasting che voglio condividere con voi.

L’advertising nei podcast sta peggiorando, non migliorando.

Il fatto che l’host leggesse il messaggio conferiva alla promozione in un podcast la sua unicità e anche la sua autenticità. L’host non solo leggeva il copy ma era uso raccontare la propria esperienza con il prodotto. La nuova ondata di spot inseriti dinamicamente ha prodotto una massa di annunci per niente autentici e poco convincenti. ZipRecruiter, ad esempio,  (ndR: molti di voi che ascoltano podcast USA, l’avranno sentita nominare almeno una volta) sembra aver monopolizzato i podcast a stelle e strisce. Peggio, stanno facendo il loro esordio i peggiori inserzionisti a cui potreste pensare come quelli che pubblicizzano la peggiore spazzatura come i prodotti per superare le disfunzioni erettili. La disconnessione tra il contesto e l’inserzionista si sta allargando, e un ambiente promozionale molto vitale come quello del podcasting si sta distruggendo.

Trovare nuovi podcast e navigarci dentro è difficile come nel 2006.

Apple – e iTunes – rimane il punto debole, ma né i podcatchers né gli editori stessi hanno colmato il vuoto nel portare il giusto contenuto alle persone. Mentre “The Daily” del New York Times, uno dei più grandi successi di podcast da “Serial, è inserito in homepage e nell’app, altri editori ancora nascondono i propri podcast in aree dedicate invece di mostrarli e promuoverli all’interno dell’esperienza complessiva sulle proprie piattaforme.

Ma peggio ancora, il fatto di essere una lean-back experience (modalità passiva di fruizione) è un vantaggio ma anche la sua rovina. Il contenuto è diventato, in molti casi, pieno di battute e riferimenti che richiedono uno sforzo successivo all’ascoltatore affinché possa pienamente avere un’esperienza completa. Alcuni podcast offrono dei marcatori cronologici del loro contenuto, che è utile e dovrebbe essere standard. Soprattutto, bisognerebbe essere in grado di navigare tra i podcast che raccontano storie collegate nello stesso modo in cui possiamo navigare in un album musicale o un audiolibro. Tutti questo riporta al mio punto iniziale: il medium non si è evoluto dal 2006.



Molto contenuto è troppo indulgente.

Questa affermazione va in due direzioni. La prima riguarda la forma stessa. I co-host che si chiedono come hanno trascorso il fine settimana ha un effetto di personalizzazione che è endemico del podcasting e lo assimila alla radio. Ma in alcuni casi questo scambio cannibalizza lo show. Sentir parlare delle buffonate da ufficio o delle avventure in un centro commerciale o delle attività di giardinaggio del weekend è davvero noioso. Il podcast di Anna Farris “Anna Farris is Unqualified” diventa una auto.parodia nel momento in cui si occupa prevalentemente di ciò che prova l’host senza focalizzarsi sull’intervistato.  Insomma, la piaga del narcisismo e dell’autoreferenzialità dei social media ha infettato i podcast a tal punto che un po’ più di auto-regolamentazione e disciplina editoriale sarebbe necessaria. 

L’altra grande forma di indulgenza del podcast si chiama bias di conferma.

Recentemente, “Pod Save America” ​​di Crooked Media è stato definita una “echo chamber” di Slate. Ascolterete tanta vera diversità di opinioni e disaccordo qui come in un seminario presso la Brown University. (Lo stesso vale per la maggior parte dei podcast Slate, a proposito.) Ma l’ho sperimentato nella maggior parte degli chat show che ho ascoltato e che trattano di cultura, affari e salute. Troppi podcast di nicchia sono meno stimolanti di quanto non siano rassicuranti.

Non c’è abbastanza sperimentazione.

Penso che la maggior parte dei podcast siano inutilmente troppo lunghi. Axios è un buon modello da seguire nella sua promessa quotidiana di offrire sostanza e varietà in dieci minuti. Un genere che è stato pregiudicato dalla ripetitività del formato è la fiction. Ci sono un buon numero di ottime idee per i podcast di narrativa serializzata, ad esempio, che soffrono di un ritmo lento ed è praticamente insostenibile l’ascolto di tanti episodi. “Welcome to Night Vale” ha stabilito questa tendenza all’inizio. Alcune di queste serie potrebbero ricordare che le soap opera originali alla radio erano programmi giornalieri di 15 minuti. Sospetto che il podcasting di fiction possa uscire dalla sua nicchia di culto se solo abbracciasse un modello di frequenza/brevità.

Uno dei migliori podcast in assoluto a cui mi sono mai iscritto è stato il riassunto quotidiano di un minuto di The Onion che ho ascoltato dieci anni fa. Si trattava un pezzo di satira ben costruito, della durata di un minuto, che aveva un bumper di cinque secondi dello stesso sponsor alla fine di ogni episodio giornaliero. Ancora ricordo lo sponsor – Chili’s.

Per riassumere, il punto della questione è che il podcasting non è una cosa che riguarda persone che la pensano allo stesso modo che parlano, parlano, parlano, parlano, interrotti da advertising che non c’entra molto. Per evolvere come forma di comunicazione e business, il movimento dei podcasters dovrà metterci più impegno. 

 

NdR: il titolo originale dell’articolo è “Please Fix Podcasting Before It Jumps the Sharks” riferendosi, con la locuzione “Jump the Shark” a un episodio della famosa serie televisiva “Happy Days” in cui Fonzie, in una sfida epica, saltò uno squalo con gli sci d’acqua. Per molti, quello episodio rappresentò il segno del drastico declino della serie.

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