Per favore, sistemate i podcast prima che sia troppo tardi.

Come un medium promettente rischia di essere depotenziato da un contenuti ripetitivi e autoindulgenza.

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Come un medium promettente rischia di essere depotenziato da un contenuti ripetitivi e autoindulgenza.

Fonzie “jumped the shark” – 1977

Uno degli obiettivi di Osservatorio Podcast è quello di raccogliere le voci provenienti da altri Paesi dove il podcasting ha una struttura complessiva più evoluta sia in termini di comunicazione che di business. Ovviamente, gli States hanno un ruolo molto importante per darci una prospettiva di quello che sta succedendo intorno a questo medium. In questo articolo riprendiamo una critica che riteniamo molto sensata e significativa che abbiamo trovato su Folio a firma di Steve Smith, un editor che scrive di digital media e tecnologia da più di 20 anni. Qui il link all’articolo orginale: Please Fix Podcasting Before It Jumps the Shark

 

Sapete che un trend della cultura pop è tale solo dopo che il “Saturday Night Live” ne faccia una parodia. Questo è successo tempo fa, quando lo show fece una parodia di “Serial.” Fu una chiara indicazione che, dopo anni di interesse di nicchia, il podcasting era finalmente arrivato. Ma era anche un segno che il genere aveva sviluppato dei tic riconoscibili tanto da prenderli in giro.

Dopo qualche anno e dopo tonnellate di investimenti da parte dei media mainstream, l’infrastruttura del podcasting non solo risulta essere ancora stranamente amatoriale e frustrante, ma il contenuto inizia ad essere industriale e privo di immaginazione.

Lo dico come supporter del medium da quando lo scoprì  nel 2005, quando Apple aggiunse i feed audio ad iTunes mostrando al mondo il nuovo nato. Ho raccontato la sua ascesa, celebrato la sua avvincente, unica, diretta capacità di entrare nella testa della audience, spinto inserzionisti ad abbracciare il suo impatto e evidenziato i suoi momenti di energia creativa.

Ma sono preoccupato.

Il naturale seguito di persone che richiedono audio on-demand è continuamente e sempre più frustrato dalla sua meccanica scricchiolante, la confusione di contenuti, l’esperienza pubblicitaria mista e talvolta lo stile egemonico.

Ecco, dunque, alcuni pensieri sparsi sul podcasting che voglio condividere con voi.

L’advertising nei podcast sta peggiorando, non migliorando.

Il fatto che l’host leggesse il messaggio conferiva alla promozione in un podcast la sua unicità e anche la sua autenticità. L’host non solo leggeva il copy ma era uso raccontare la propria esperienza con il prodotto. La nuova ondata di spot inseriti dinamicamente ha prodotto una massa di annunci per niente autentici e poco convincenti. ZipRecruiter, ad esempio,  (ndR: molti di voi che ascoltano podcast USA, l’avranno sentita nominare almeno una volta) sembra aver monopolizzato i podcast a stelle e strisce. Peggio, stanno facendo il loro esordio i peggiori inserzionisti a cui potreste pensare come quelli che pubblicizzano la peggiore spazzatura come i prodotti per superare le disfunzioni erettili. La disconnessione tra il contesto e l’inserzionista si sta allargando, e un ambiente promozionale molto vitale come quello del podcasting si sta distruggendo.

Trovare nuovi podcast e navigarci dentro è difficile come nel 2006.

Apple – e iTunes – rimane il punto debole, ma né i podcatchers né gli editori stessi hanno colmato il vuoto nel portare il giusto contenuto alle persone. Mentre “The Daily” del New York Times, uno dei più grandi successi di podcast da “Serial, è inserito in homepage e nell’app, altri editori ancora nascondono i propri podcast in aree dedicate invece di mostrarli e promuoverli all’interno dell’esperienza complessiva sulle proprie piattaforme.

Ma peggio ancora, il fatto di essere una lean-back experience (modalità passiva di fruizione) è un vantaggio ma anche la sua rovina. Il contenuto è diventato, in molti casi, pieno di battute e riferimenti che richiedono uno sforzo successivo all’ascoltatore affinché possa pienamente avere un’esperienza completa. Alcuni podcast offrono dei marcatori cronologici del loro contenuto, che è utile e dovrebbe essere standard. Soprattutto, bisognerebbe essere in grado di navigare tra i podcast che raccontano storie collegate nello stesso modo in cui possiamo navigare in un album musicale o un audiolibro. Tutti questo riporta al mio punto iniziale: il medium non si è evoluto dal 2006.



Molto contenuto è troppo indulgente.

Questa affermazione va in due direzioni. La prima riguarda la forma stessa. I co-host che si chiedono come hanno trascorso il fine settimana ha un effetto di personalizzazione che è endemico del podcasting e lo assimila alla radio. Ma in alcuni casi questo scambio cannibalizza lo show. Sentir parlare delle buffonate da ufficio o delle avventure in un centro commerciale o delle attività di giardinaggio del weekend è davvero noioso. Il podcast di Anna Farris “Anna Farris is Unqualified” diventa una auto.parodia nel momento in cui si occupa prevalentemente di ciò che prova l’host senza focalizzarsi sull’intervistato.  Insomma, la piaga del narcisismo e dell’autoreferenzialità dei social media ha infettato i podcast a tal punto che un po’ più di auto-regolamentazione e disciplina editoriale sarebbe necessaria. 

L’altra grande forma di indulgenza del podcast si chiama bias di conferma.

Recentemente, “Pod Save America” ​​di Crooked Media è stato definita una “echo chamber” di Slate. Ascolterete tanta vera diversità di opinioni e disaccordo qui come in un seminario presso la Brown University. (Lo stesso vale per la maggior parte dei podcast Slate, a proposito.) Ma l’ho sperimentato nella maggior parte degli chat show che ho ascoltato e che trattano di cultura, affari e salute. Troppi podcast di nicchia sono meno stimolanti di quanto non siano rassicuranti.

Non c’è abbastanza sperimentazione.

Penso che la maggior parte dei podcast siano inutilmente troppo lunghi. Axios è un buon modello da seguire nella sua promessa quotidiana di offrire sostanza e varietà in dieci minuti. Un genere che è stato pregiudicato dalla ripetitività del formato è la fiction. Ci sono un buon numero di ottime idee per i podcast di narrativa serializzata, ad esempio, che soffrono di un ritmo lento ed è praticamente insostenibile l’ascolto di tanti episodi. “Welcome to Night Vale” ha stabilito questa tendenza all’inizio. Alcune di queste serie potrebbero ricordare che le soap opera originali alla radio erano programmi giornalieri di 15 minuti. Sospetto che il podcasting di fiction possa uscire dalla sua nicchia di culto se solo abbracciasse un modello di frequenza/brevità.

Uno dei migliori podcast in assoluto a cui mi sono mai iscritto è stato il riassunto quotidiano di un minuto di The Onion che ho ascoltato dieci anni fa. Si trattava un pezzo di satira ben costruito, della durata di un minuto, che aveva un bumper di cinque secondi dello stesso sponsor alla fine di ogni episodio giornaliero. Ancora ricordo lo sponsor – Chili’s.

Per riassumere, il punto della questione è che il podcasting non è una cosa che riguarda persone che la pensano allo stesso modo che parlano, parlano, parlano, parlano, interrotti da advertising che non c’entra molto. Per evolvere come forma di comunicazione e business, il movimento dei podcasters dovrà metterci più impegno. 

 

NdR: il titolo originale dell’articolo è “Please Fix Podcasting Before It Jumps the Sharks” riferendosi, con la locuzione “Jump the Shark” a un episodio della famosa serie televisiva “Happy Days” in cui Fonzie, in una sfida epica, saltò uno squalo con gli sci d’acqua. Per molti, quello episodio rappresentò il segno del drastico declino della serie.

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